Ma soltanto se viene usato con criterio: altrimenti resta un tubo telescopico agitato davanti al corpo, una specie di bacchetta magica incapace di trasformare una discesa infida in una passeggiata sul lungomare.
La domanda è quindi formulata male. Non bisogna chiedersi se i bastoncini da trekking siano utili sui sentieri liguri in assoluto: bisogna capire su quali terreni, con quale regolazione e con quale tecnica possano davvero alleggerire il passo. Perché tra una salita verso l’entroterra di Chiavari, una mulattiera umida in Val Fontanabuona e un tratto sassoso nel Parco di Portofino passa la stessa differenza che c’è tra una trattoria ligure e un locale finto-rustico con il pesto fluorescente: a prima vista sembrano appartenere alla stessa categoria. Poi cominciano i problemi.
Il terreno ligure non perdona il passo distratto
La Liguria viene venduta come un eterno balcone sul mare: panorama, focaccia, borghetti e quel presunto camminare lento che dovrebbe risolvere ogni problema dell’esistenza. Sul terreno, però, il discorso cambia. I sentieri dell’entroterra ligure alternano spesso pendenze ravvicinate, pietre irregolari, gradini sconnessi, fondo scivoloso e tratti in cui il dislivello si concentra in pochi metri.
Anche i percorsi più conosciuti del Golfo del Tigullio non sono necessariamente facili soltanto perché compaiono in una fotografia con il mare sullo sfondo. La vista può essere gentile: il sentiero, molto meno. Una mulattiera lastricata male mette alla prova caviglie e ginocchia; una discesa umida obbliga a controllare ogni appoggio; il fango riduce la stabilità proprio quando si tende a irrigidire il passo. E quando si porta uno zaino, anche leggero, il corpo deve gestire un carico che non rimane neutro durante la discesa.
Qui i bastoncini svolgono una funzione concreta: aggiungono appoggi e permettono di distribuire una parte del peso verso gli arti superiori. Non cancellano il dislivello, non trasformano il sentiero in una passerella e non sostituiscono scarpe adeguate. Possono però ridurre il carico su ginocchia e caviglie fino al 20-25%, quando vengono impiegati con una tecnica corretta.
La formula va letta con attenzione: fino al 20-25%, non automaticamente e non per il semplice fatto di stringere due impugnature. Il bastoncino non fa il lavoro al posto dell’escursionista. Gli offre un modo più stabile per distribuirlo.
Il bastoncino utile non è quello che fa scena nello zaino: è quello che entra in contatto con il terreno prima che il terreno decida di presentare il conto.
Due punti d’appoggio diventano quattro
Camminare senza bastoncini significa affidarsi soprattutto a due punti di appoggio: i piedi. Sembra una banalità, ma sui fondi sconnessi la banalità diventa biomeccanica. Ogni passo richiede equilibrio, controllo della caviglia e una correzione continua del baricentro. Se il terreno cede, scivola o presenta una pietra inclinata, tutto il corpo deve reagire in una frazione di secondo.
Con due bastoncini il sistema passa da due a quattro punti di appoggio. Non è una trovata pubblicitaria da catalogo outdoor: è un modo diverso di distribuire l’equilibrio. Le mani possono contribuire a stabilizzare il corpo, soprattutto quando il sentiero è fangoso, roccioso o irregolare. Il risultato non è una camminata automatica, ma una maggiore possibilità di correggere il passo senza scaricare ogni errore sulle articolazioni inferiori.
La differenza si sente soprattutto in tre situazioni:
- In discesa, quando il peso tende a spostarsi in avanti e le ginocchia devono frenare il corpo.
- Sui tratti sconnessi, dove il piede non trova una superficie regolare e la caviglia deve adattarsi continuamente.
- Con lo zaino, perché il carico aggiuntivo aumenta la richiesta di stabilità e rende meno indulgenti gli appoggi sbagliati.
L’uso di due bastoncini è preferibile a quello di uno quando si cerca equilibrio e sostegno con uno zaino o con un carico. Un solo bastoncino può essere utile in alcuni casi, ma costringe il corpo a compensare lateralmente. Il gesto diventa asimmetrico: una parte lavora, l’altra osserva. Non è sempre un problema, ma sui sentieri liguri più ripidi o irregolari raramente è la soluzione più razionale.
Il vantaggio, inoltre, non riguarda soltanto le ginocchia. Anche le caviglie possono beneficiare di una maggiore stabilità, perché i bastoncini aiutano a controllare il corpo prima che una torsione improvvisa diventi il ricordo principale dell’escursione. Il fatto che il sentiero porti verso un borgo storico o verso una vista splendida non rende meno concreto il rischio di appoggiare male un piede.
La regolazione non è un dettaglio da lasciare al negozio
Molti bastoncini telescopici vengono acquistati, estratti dalla confezione e regolati una volta sola. Poi restano alla stessa altezza per l’intero percorso, come se il sentiero fosse stato progettato da un geometra ossessionato dalla monotonia. È un errore comune.
In piano, la regolazione di base prevede che l’impugnatura consenta di mantenere il gomito intorno a un angolo di 90 gradi. Da questa posizione si parte per adattare l’altezza al terreno. Non esiste una misura universale valida per ogni tratto: il bastoncino deve seguire il dislivello, non costringere il corpo a seguirlo con una postura sbagliata.
In salita: più corto, meno intralcio
Durante una salita, accorciare i bastoncini di circa 5-10 centimetri aiuta a mantenere l’appoggio più vicino al corpo e a evitare di lavorare con le braccia troppo sollevate. Su una pendenza sostenuta, un bastoncino troppo lungo porta a spingere all’indietro o a caricare male le spalle. Il gesto perde fluidità: si sale con le braccia tese, il busto si irrigidisce e l’attrezzatura diventa un impiccio.
La regolazione più corta non elimina la fatica della salita, naturalmente. Sarebbe una promessa da televendita. Permette però di organizzare meglio la spinta e di mantenere un ritmo più regolare, soprattutto quando il sentiero alterna gradini naturali, pietre e brevi strappi.
In discesa: più lungo, più controllo
In discesa il discorso si rovescia. Allungare i bastoncini di circa 5-10 centimetri consente di posizionare l’appoggio più avanti senza piegare eccessivamente il busto. Il bastoncino può così intercettare il terreno prima del piede e contribuire a frenare il trasferimento del peso.
È qui che molti escursionisti usano male lo strumento: tengono i bastoncini corti, si inclinano in avanti e poi li piantano quasi sotto le scarpe. In questo modo l’appoggio arriva tardi e serve poco. Il corpo è già impegnato a frenare; il bastoncino si limita a partecipare alla scenografia.
| Situazione del sentiero | Regolazione indicativa | Funzione principale |
|---|---|---|
| Tratto pianeggiante | Gomito intorno a 90° | Mantenere un gesto naturale e regolare |
| Salita sostenuta | Accorciare di 5-10 cm | Tenere l’appoggio vicino al corpo e facilitare la spinta |
| Discesa ripida | Allungare di 5-10 cm | Portare il punto d’appoggio più avanti e controllare il peso |
| Fondo molto irregolare | Adattare in base alla pendenza reale | Evitare una posizione rigida e compensazioni eccessive |
Le misure sono un riferimento, non un dogma inciso sulla pietra. Un escursionista alto, uno zaino voluminoso, una pendenza molto accentuata o una superficie particolarmente instabile possono richiedere piccoli aggiustamenti. L’idea da conservare è semplice: la lunghezza deve cambiare insieme al terreno.
Il problema dei laccioli: comodi finché non diventano una trappola
I laccioli attorno ai polsi sembrano innocui. Permettono di tenere l’impugnatura con meno forza e aiutano a non perdere il bastoncino quando la mano si rilassa. Sui tratti regolari sono utili: infilare correttamente la mano dal basso verso l’alto consente di distribuire meglio la pressione e di evitare di stringere il manico come se stesse tentando la fuga.
Ma sui tratti tecnici la comodità può diventare un problema. In una discesa molto ripida, su roccia o su un fondo in cui una caduta è possibile, è consigliabile sfilare le mani dai laccioli. Se si perde l’equilibrio, avere il polso vincolato al bastoncino può aumentare il rischio di lesioni. La mano deve poter abbandonare l’attrezzo e servire a proteggere il corpo o a cercare un appoggio.
Questo punto viene spesso raccontato male, con l’ennesimo assoluto da manualetto per principianti: laccioli sempre, laccioli mai. La realtà è meno elegante e più utile: dipende dal terreno.
- Su un tratto facile e regolare, i laccioli possono migliorare la presa e ridurre la tensione delle mani.
- Su una discesa tecnica, è più prudente tenere le mani libere.
- Vicino a passaggi esposti o a rocce che richiedono l’uso delle mani, il bastoncino va gestito senza lasciare che il polso rimanga agganciato.
- Se il sentiero cambia rapidamente, bisogna anticipare la variazione: non aspettare di essere già in equilibrio precario per liberarsi.
La prudenza non è una posa drammatica. È la differenza tra usare l’attrezzatura e farsi usare dall’attrezzatura.
Mulattiere, pietra e fango: dove danno il meglio
I bastoncini non sono ugualmente utili su ogni superficie. Su un sentiero ampio, asciutto e quasi pianeggiante il loro contributo può essere modesto. Non diventano inutili, ma la differenza rispetto a camminare senza è meno evidente. Sui fondi irregolari, invece, il vantaggio cresce.
Le mulattiere lastricate
Le antiche mulattiere liguri hanno un fascino che il turismo contemporaneo definirebbe immediatamente autentico, possibilmente prima di mettere in vendita un’escursione guidata con aperitivo finale. Il problema è che pietre e lastre consumate non sono sempre regolari. Alcune sporgono, altre sono lisce, altre ancora raccolgono umidità.
Qui i bastoncini aiutano a distribuire il peso e a cercare un appoggio supplementare. Non bisogna piantarli sulle fughe più profonde né usarli come leve contro una pietra instabile: l’obiettivo è accompagnare il passo, non combattere la montagna.
La roccia e i tratti sassosi
Sulla roccia il bastoncino può offrire stabilità, ma richiede precisione. La punta deve trovare una superficie affidabile. Se viene appoggiata su una pietra mobile, il sostegno è solo presunto. Il gesto corretto prevede di osservare il punto in cui si pianta il bastoncino, esattamente come si osserva dove mettere il piede.
Nei passaggi più tecnici, però, i bastoncini possono diventare un ingombro. Se il percorso obbliga a usare le mani, conviene richiuderli o riporli in modo sicuro. Camminare con due aste che oscillano mentre si cerca una presa sulla roccia non è spirito d’avventura: è disorganizzazione.
Il fango
Sul fango i quattro punti d’appoggio possono fare una differenza notevole. Il terreno scivoloso mette in crisi il solo appoggio del piede, soprattutto in discesa. Un bastoncino posizionato lateralmente o leggermente avanti aiuta a controllare il baricentro e a limitare gli scarti improvvisi.
Anche qui, però, non bisogna immaginare miracoli. La punta può penetrare nel terreno e poi liberarsi all’improvviso. Il bastoncino non deve essere caricato con tutto il peso del corpo come se fosse un palo conficcato nella terra. Serve a distribuire e correggere, non a sostituire una gamba.
Sui sentieri liguri il bastoncino non elimina l’instabilità: la rende leggibile un attimo prima che diventi un problema.
Il carico articolare si riduce, ma la fatica non scompare
Questo è il punto che più irrita la pubblicità dell’attrezzatura escursionistica: promettere sollievo e lasciare intendere che il corpo, grazie a due bastoncini, possa finalmente smettere di lavorare. Non funziona così.
I bastoncini possono ridurre il carico percepito sulle gambe e distribuire una quota del peso verso la parte superiore del corpo. Ma proprio perché coinvolgono anche braccia e spalle, possono aumentare leggermente il dispendio energetico complessivo. Non sono uno strumento per consumare meno calorie. Sono uno strumento per gestire meglio il carico, migliorare l’equilibrio e rendere più controllato il movimento.
La distinzione è sostanziale. Chi affronta una lunga discesa verso il Golfo del Tigullio può arrivare meno provato alle ginocchia, ma non necessariamente meno affaticato in senso generale. Le braccia partecipano al gesto, il ritmo cambia, la parte superiore del corpo lavora. È un affaticamento spesso più distribuito, non una cancellazione della fatica.
Per questo l’uso dei bastoncini conviene soprattutto quando:
1. Il percorso presenta molto dislivello, con discese capaci di mettere sotto pressione le ginocchia.
2. Il fondo è sconnesso o scivoloso, e servono appoggi supplementari.
3. Si porta uno zaino, anche senza carichi da spedizione himalayana.
4. Si desidera una maggiore stabilità, soprattutto su tratti irregolari o fangosi.
5. Si tende a perdere equilibrio in discesa, magari per stanchezza o per una tecnica poco sicura.
Non sono invece una soluzione automatica per chiunque. Un bastoncino regolato male può aumentare la tensione alle spalle, alterare la postura e costringere a un movimento innaturale. Se si tengono le braccia rigide, si piantano le punte troppo lontano o si trascinano gli attrezzi senza usarli davvero, il vantaggio si riduce fino quasi a scomparire.
Come usarli senza trasformare l’escursione in una parata
La tecnica non richiede una preparazione da atleta, ma almeno un minimo di attenzione. Il movimento dovrebbe rimanere alternato: quando avanza il piede destro, lavora in genere il bastoncino sinistro, e viceversa. Sui tratti più ripidi il ritmo può cambiare, ma l’idea resta quella di accompagnare il passo, non di piantare due aste davanti al corpo a ogni movimento.
La punta va posizionata con anticipo, lasciando che il bastoncino contribuisca alla stabilità prima che il piede completi l’appoggio. La presa deve essere ferma ma non contratta. Stringere continuamente il manico affatica mani e avambracci e spesso segnala che i laccioli sono stati regolati male o utilizzati nel modo sbagliato.
Anche la distanza laterale conta. Se i bastoncini vengono piantati troppo larghi, il corpo si apre e la camminata perde naturalezza. Se vengono tenuti troppo vicini, non offrono un vero sostegno laterale. Bisogna cercare una posizione che accompagni il baricentro senza obbligare il busto a oscillare.
Prima di un’escursione più lunga conviene fare pratica su un tratto semplice. Non serve organizzare un ritiro spirituale in montagna: bastano pochi minuti per capire come regolare altezza, laccioli e ritmo. Arrivare su una discesa tecnica senza avere mai usato davvero i bastoncini significa affidarsi a un attrezzo che il corpo non conosce proprio quando avrebbe bisogno di precisione.
Servono davvero per le escursioni in Liguria?
Sì, soprattutto sui sentieri ripidi, sulle mulattiere sconnesse, sui tratti rocciosi e sui fondi fangosi dell’entroterra. Sono utili anche con uno zaino, quando il peso aggiuntivo rende più impegnativa la gestione dell’equilibrio. La riduzione del carico su ginocchia e caviglie può arrivare al 20-25%, ma soltanto con regolazione e tecnica adeguate.
No, se vengono comprati come amuleto contro ogni difficoltà del percorso. Non sostituiscono scarpe con una buona aderenza, attenzione al terreno, una valutazione realistica del dislivello e la capacità di rallentare quando il sentiero lo richiede. Non cancellano la fatica e non rendono innocua una discesa esposta.
La mia posizione, dopo aver visto abbastanza mode escursionistiche travestite da necessità, è questa: i bastoncini da trekking sono una delle poche attrezzature che mantengono la promessa, purché non si pretenda da loro più di quanto possano dare. Due appoggi in più significano maggiore equilibrio, una migliore distribuzione del carico e più controllo nei passaggi delicati. Il resto dipende ancora da chi cammina.
E questa, per fortuna, è una responsabilità che nessun accessorio telescopico può vendere al posto nostro.
