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Sentieri liguri e ghiaia mobile: come affrontare i tratti instabili

Li vedo ogni sabato e ogni domenica uscire dal parcheggio di Chiavari o dalla stazione di Santa Margherita: scarpe da ginnastica bianche, calzino a vista, zainetto termico per il pranzo al sacco, telefono già alzato a inquadrare la prima curva.

Sentieri liguri e ghiaia mobile: come affrontare i tratti instabili

Hanno visto un reel, letto una didascalia con scritto “trekking experience” e ora credono davvero di poter affrontare il sentiero per San Fruttuoso, per Portofino o per le frazioni alte della Fontanabuona come fosse una passeggiata in centro.

Poi, due ore dopo, eccoli su un ghiaione con le gambe che tremano, i piedi che scivolano e la cognizione finalmente esatta di cosa significhi terreno instabile. Benvenuti sui sentieri liguri. Non era proprio il caso di presentarsi così.

Il problema non è demonizzare chi si avvicina all’escursionismo. I sentieri sono di tutti, e la Liguria offre percorsi di ogni tipo. Il problema è confondere la brevità con la facilità, il panorama con la sicurezza e una traccia frequentata con un terreno prevedibile. Sui tratti di ghiaia mobile, questa confusione si paga in equilibrio, fatica e, nei casi peggiori, con una caduta che richiede l’intervento dei soccorsi.

Una regione verticale: perché la ghiaia è la norma, non l’eccezione

La Liguria è, prima di ogni altra cosa, una questione di pendenza. I borghi si arrampicano, le valli si incidono fino all’osso, le coste precipitano in mare in pochi metri. Chi vive qui lo sa: tutto, in questa terra, è in salita — anche solo uscire di casa, in certi paesi dell’entroterra. Quello che molti escursionisti della domenica non hanno ancora capito è che questa verticalità ha un prezzo geologico preciso: i versanti sono coperti di sfasciumi, ghiaia sciolta e detriti che si muovono sotto i piedi come se fossero vivi.

Percorrere un sentiero nel Parco di Portofino, risalire una traccia in Val Fontanabuona, inerpicarsi nell’entroterra del Golfo del Tigullio o avventurarsi sui percorsi meno battuti che collegano i borghi sopra le Cinque Terre significa accettare, prima ancora di partire, che il terreno non è mai davvero solido come appare nelle fotografie. La ghiaia mobile — i cosiddetti ghiaioni — è una costante, non un’anomalia da segnalare.

Un tratto asciutto al mattino può diventare un piano inclinato scivoloso dopo la pioggia del primo pomeriggio. Una superficie apparentemente compatta può nascondere uno strato di pietre smosse, pronto a cedere al primo passo più deciso. Anche quando il sentiero è ben segnato, la vernice non cambia la natura del fondo: sotto il segnavia resta il sasso, e quel sasso può muoversi.

La pioggia modifica il comportamento del terreno in più modi. Rende lisce le pietre, fa affiorare il fango tra i detriti, aumenta il peso del materiale e può creare piccoli rivoli proprio lungo la linea più comoda da seguire. Non serve un temporale per cambiare le condizioni: su un pendio esposto, anche un passaggio bagnato o un tratto di umidità residua possono ridurre molto la presa della suola.

E qui arriva la prima verità che nessun influencer di trekking vi confiderà mai: in Liguria non esiste un sentiero facile solo perché è breve. Esiste un sentiero corto, e un sentiero infido. Spesso sono la stessa cosa.

La Liguria non aspetta il turista. E non gli regala niente.

La difficoltà, inoltre, non si misura soltanto in chilometri. Contano il dislivello concentrato, la qualità del fondo, l’esposizione, la presenza di passaggi stretti e la possibilità di trovare un’alternativa quando il terreno peggiora. Un percorso che sulla carta sembra alla portata di tutti può diventare impegnativo proprio negli ultimi tratti, quando la stanchezza riduce la precisione del passo e la capacità di reagire a uno scivolamento.

I numeri che nessuno vuole guardare

I dati parlano con una chiarezza che nessuna didascalia social può eguagliare. Nel 2025 il Soccorso Alpino e Speleologico Liguria ha registrato 551 interventi sui sentieri della regione. Cinquecentocinquantuno. Non parliamo soltanto di alpinisti esperti in parete, con corda e piccozza: tra le persone soccorse ci sono anche escursionisti comuni, usciti per una domenica con la famiglia e convinti di affrontare qualcosa di semplice.

Per leggere correttamente questo dato bisogna però tenere separati i livelli. I 551 interventi sono il dato riferito alla Liguria. Nello stesso anno, a livello nazionale, il Soccorso Alpino ha totalizzato 13.037 interventi, con un aumento dell’8% rispetto al 2024. All’interno di questo totale nazionale, il 45% degli interventi è riconducibile a cadute o scivolate, mentre il 43,6% riguarda l’escursionismo.

Quel 45%, quindi, non descrive i 551 interventi liguri e non significa che 45 persone su 100 soccorse in Liguria siano cadute. È la quota calcolata sul totale nazionale degli interventi del 2025. La distinzione non è un dettaglio da nota a piè di pagina: confondere una percentuale nazionale con il dato regionale produce un numero apparentemente preciso, ma non dice ciò che sembra dire.

Il quadro generale resta comunque chiaro. Le cadute e le scivolate rappresentano una componente rilevante degli interventi di soccorso in montagna, e il terreno instabile è uno dei fattori che può trasformare un passo ordinario in una perdita di equilibrio. La dinamica è spesso banale: una pietra che ruota, il piede che parte in avanti, il busto che resta indietro, una mano che cerca appoggio dove non c’è. Non serve un gesto spettacolare per farsi male.

Non è sempre questione di sfortuna o di giornata storta. Spesso entrano in gioco la preparazione insufficiente, una valutazione troppo ottimistica del percorso, calzature inadatte e la scelta di proseguire anche quando le condizioni sono cambiate. Il soccorso, poi, non è una sigla da mettere in didascalia: è il lavoro di persone che intervengono su un terreno difficile, con il sole o con la pioggia, mentre chi è rimasto a valle aspetta notizie.

“Io cammino sicuro”: la radiografia dell’impreparazione

Nel 2023 la Regione Liguria, insieme al CNSAS, al CAI e alla FIE, ha condotto una campagna di sensibilizzazione intitolata “Io cammino sicuro”. Sono stati intervistati 520 escursionisti sui sentieri regionali. Il quadro che ne è emerso dovrebbe interessare chiunque pensi di affrontare un percorso dell’entroterra con la stessa noncuranza con cui si va al mercato.

Solo il 67% degli intervistati indossava scarpe da trekking. In altre parole, circa un escursionista su tre si trovava sul sentiero con calzature non adatte ad affrontare un ghiaione. Il 50% non conosceva il significato dei segnavia, mentre il 63% tendeva a sovrastimare le proprie capacità.

Sono tre dati che si rafforzano a vicenda. Se non si legge la segnaletica, si rischia di imboccare una traccia sbagliata o di non capire che il percorso sta diventando più impegnativo. Se si sovrastimano le proprie capacità, si tende a sottovalutare la fatica e a ignorare i primi segnali di difficoltà. Se, infine, si indossano scarpe prive di una suola adatta, anche un tratto tecnicamente semplice può diventare instabile.

La percezione del rischio è spesso il vero punto debole. Il sentiero appare battuto, il panorama è pieno di persone, il telefono prende e la distanza indicata sulla mappa sembra breve. Tutti questi elementi possono dare una sensazione di sicurezza che non coincide con le condizioni reali del fondo. Un percorso frequentato non è necessariamente un percorso privo di pericoli; una traccia evidente non garantisce che la ghiaia sotto i piedi sia ferma.

Tradotto senza infingimenti: una parte consistente di chi cammina sui sentieri liguri non sa interpretare la segnaletica, pensa di essere più preparata di quanto sia e, in molti casi, affronta il terreno con scarpe pensate per la strada. Poi si meraviglia se il passo diventa incerto.

Non è il sentiero a essere pericoloso: è chi lo calpesta senza rispetto.

Il rispetto non significa avere paura di ogni pendio. Significa sapere che il proprio corpo ha dei limiti, che il terreno può cambiare e che tornare indietro è una decisione ragionevole, non una sconfitta. La sicurezza nell’escursionismo dell’entroterra ligure comincia molto prima del primo passo: dalla lettura del percorso, dalla valutazione del meteo e dalla scelta dell’attrezzatura.

Tecnica di movimento: il baricentro non è un’opinione

La ghiaia mobile non si affronta con la forza di volontà o con il coraggio improvvisato. Si affronta con una tecnica elementare, da applicare senza fretta. Su un terreno ripido e sdrucciolevole il corpo deve lavorare come un sistema, non come un blocco rigido lanciato in avanti.

In salita, il principio di base è mantenere il baricentro sopra i piedi. Le ginocchia devono restare leggermente piegate, il busto può inclinarsi in avanti quanto basta per seguire la pendenza e il peso va distribuito senza caricare bruscamente una sola gamba. Il passo deve essere corto, controllato e privo di strappi. Appoggiare il piede con decisione non significa piantarlo con forza: su una superficie di pietre mobili, una pressione eccessiva può far scivolare il materiale proprio sotto la suola.

La reazione istintiva, quando si sente il terreno arretrare, è spesso quella di tirarsi indietro e spostare il peso sui talloni per frenare. È una risposta comprensibile, ma su un ghiaione può peggiorare la situazione. Il busto arretrato porta il baricentro fuori dalla base d’appoggio e lascia al piede meno possibilità di correggere il movimento. Meglio abbassare leggermente il corpo, accorciare il passo e cercare appoggi che non siano soltanto pietre isolate e instabili.

Anche l’uso dei bastoncini richiede attenzione. Possono aiutare a mantenere l’equilibrio e a distribuire il carico, ma non devono diventare un alibi per procedere più velocemente. La punta va cercata su un punto solido, non infilata a caso tra i sassi; il bastoncino che scivola o si spezza durante il trasferimento del peso può creare un secondo squilibrio. Nei passaggi più delicati è spesso meglio fermarsi, scegliere l’appoggio successivo e soltanto dopo avanzare.

In discesa, su pendii di ghiaia particolarmente instabili, entra in gioco il movimento di traverso, talvolta descritto come mezzo passo. Ci si dispone leggermente di lato rispetto alla linea di massima pendenza e si trasferisce il peso in modo alternato tra il piede a monte e quello a valle. Il piede va appoggiato cercando di creare una piccola piattaforma, invece di atterrare su una pietra tonda o su un mucchio di detriti senza consistenza.

È un movimento lento, apparentemente faticoso, che limita la velocità e rende più prevedibile la discesa. Non è fotogenico e non entrerà in nessun reel. Ma funziona meglio della corsa verso valle, che su un terreno friabile lascia al corpo pochissimo tempo per recuperare l’equilibrio. Le ossa rotte, del resto, non sono coreografiche.

La discesa richiede anche una gestione diversa della distanza tra le persone. Chi precede non dovrebbe far rotolare pietre verso chi segue; chi arriva da sotto va avvisato prima di spostare materiale. Su un sentiero stretto, una pietra smossa da un escursionista può diventare un pericolo per il gruppo intero. È una regola di attenzione elementare, ma spesso dimenticata proprio nei tratti in cui il fondo si muove di più.

Chi non conosce queste tecniche farebbe bene a restare sui sentieri bassi, larghi, brevi e ben segnalati, aumentando gradualmente la difficoltà. Non c’è nulla di male nell’essere prudenti. C’è molto di male nel fingere che un terreno instabile sia innocuo soltanto perché il percorso, visto da lontano, sembra alla portata di tutti.

Le scarpe non sono un accessorio moda

Visto che nella campagna “Io cammino sicuro” soltanto il 67% degli intervistati indossava scarpe da trekking, vale la pena ribadirlo senza giri di parole: le calzature tecniche non sono un vezzo da veterani, un segno di status o un dettaglio da mostrare in vetta per la fotografia ricordo. Sono uno strumento di sicurezza.

Su un sentiero con sfasciumi, una tomaia più strutturata protegge il piede e limita i movimenti laterali della caviglia; una suola con tasselli adeguati offre maggiore presa sulla ghiaia; una calzata stabile aiuta a mantenere il controllo quando il fondo cede. Nessuna scarpa elimina il rischio di scivolare, ma una calzatura inadatta parte già svantaggiata.

Le scarpe da ginnastica con suola liscia non sono progettate per quel tipo di terreno. Non sono “cattive” in sé: semplicemente appartengono a un altro contesto. Le infradito, invece, non sono una soluzione per un sentiero di montagna, nemmeno quando il percorso è breve. Affrontare un tratto friabile con una calzatura priva di sostegno significa lasciare all’improvvisazione proprio il punto che dovrebbe garantire il contatto con il terreno.

La scelta va fatta anche in base alle condizioni. Una scarpa impermeabile può essere utile quando il fondo è bagnato, ma non sostituisce una suola adatta; una tomaia alta non compensa una calzata troppo larga; una scarpa nuova, mai utilizzata, può provocare vesciche e alterare il modo di camminare. L’attrezzatura deve essere provata prima e coerente con il percorso, non scelta soltanto perché appare robusta.

A questo va aggiunto il resto dell’equipaggiamento minimo, perché uno scarponcino da solo non basta:

Sui sentieri liguri serveSui sentieri liguri non serve
Scarpe con suola a tasselli e struttura adatta al fondoScarpe da ginnastica con suola liscia
Calze tecniche, possibilmente abbastanza alte da proteggere la cavigliaCalzini corti che aumentano sfregamenti e irritazioni
Zaino stabile, con acqua e cibo distribuiti vicino alla schienaBorsa a tracolla o zainetto instabile che oscilla a ogni passo
Cartina e percorso scaricato per la consultazione offlineAffidarsi soltanto al telefono con poca batteria
Strato termico e antivento anche nelle stagioni mitiContare soltanto sulla temperatura del parcheggio
Piccolo kit per le emergenze e torciaPartire senza margine per un rientro più lento del previsto

Il telefono resta utile, ma non può essere l’unico piano. La batteria si consuma, il segnale può mancare, lo schermo si legge male sotto il sole e una traccia digitale non sostituisce la capacità di orientarsi. Prima di partire conviene sapere dove si trova il percorso, quanto è esposto, quali sono i possibili punti di rientro e quanto tempo serve per completarlo senza dover correre.

Anche il peso va considerato. Uno zaino eccessivo sposta il baricentro, affatica la schiena e rende più difficile correggere un passo falso. Uno zaino troppo leggero, però, può significare aver lasciato a casa proprio l’acqua, uno strato caldo o una fonte di luce. L’obiettivo non è portarsi dietro mezza casa, ma prepararsi alle condizioni plausibili del percorso.

Le scarpe giuste non ti rendono un esperto. Ma quelle sbagliate possono trasformare un errore di appoggio in un intervento di soccorso.

Dopo la pioggia, il sentiero va riletto

La scivolosità dei sentieri dopo la pioggia non si valuta soltanto guardando il cielo. Il problema può restare anche quando il temporale è finito e l’aria sembra tornata limpida. Le pietre lisce trattengono umidità, il terreno fine si impasta, l’acqua scava piccoli canali e i detriti possono depositarsi in modo diverso rispetto al giorno precedente.

In queste condizioni è utile ridurre il ritmo già dai primi segnali: appoggi più corti, maggiore distanza tra le persone, attenzione ai pendii dove l’acqua ha seguito la traccia. Un tratto che in salita era soltanto faticoso può diventare delicato in discesa, quando il peso tende a spingere il corpo verso valle. Se il terreno si muove a ogni passo e non offre appoggi leggibili, insistere non è una prova di carattere: è un modo per aumentare la probabilità di cadere.

Anche la manutenzione dei sentieri liguri incide sulla sicurezza, ma non può cancellare la natura del territorio. Un segnavia rinnovato, un tratto ripulito o un passaggio sistemato aiutano l’orientamento e rendono più leggibile il percorso; non trasformano però un versante friabile in una strada asfaltata. La manutenzione accompagna l’escursionista, non lo sostituisce nella valutazione del fondo.

Per questo le informazioni aggiornate sul percorso contano più della fotografia pubblicata mesi prima. Un passaggio può essere cambiato per una frana, per l’erosione o per le piogge. Prima di partire è prudente verificare le comunicazioni degli enti che gestiscono l’area e considerare seriamente eventuali deviazioni o chiusure. Il panorama non scappa. Un sentiero instabile, invece, non merita di essere affrontato per orgoglio.

Il rispetto, prima del panorama

I sentieri della Liguria — quelli che scendono verso il Tigullio, quelli che risalgono la Fontanabuona, quelli che attraversano il Parco di Portofino o i borghi affacciati sulle Cinque Terre — sono un patrimonio. Non un parco giochi, non un set fotografico e nemmeno un percorso fitness improvvisato da tirare fuori nel fine settimana per pubblicare qualcosa.

Chi li percorre con rispetto — tecnica, attrezzatura e conoscenza onesta dei propri limiti — viene ripagato con paesaggi che in pochi altri angoli d’Italia trovano eguali. Chi li affronta come una passeggiata urbana, invece, rischia di pagare un conto sproporzionato rispetto all’uscita che aveva immaginato. E quando serve un soccorso, il costo non ricade soltanto sulla persona caduta: coinvolge volontari, tecnici, ambulanze e famiglie che aspettano a valle senza sapere se il proprio caro tornerà a piedi o avrà bisogno di essere recuperato.

La prossima volta che qualcuno liquida un percorso come una semplice passeggiata, ricordate i due dati per quello che sono: 551 interventi registrati in Liguria nel 2025 e, separatamente, il 45% di cadute o scivolate sul totale nazionale di 13.037 interventi dello stesso anno. Non sono numeri da sommare né da confondere. Sono due indicatori diversi dello stesso problema: il terreno e la preparazione contano.

In questa regione la montagna non perdona la presunzione. E non è una metafora: è una condizione concreta, che si affronta con una suola adeguata, un passo controllato e la lucidità di tornare indietro quando il sentiero smette di essere quello che si era immaginato.

Domande frequenti

Perché i sentieri liguri sono considerati pericolosi anche se sono brevi?
La pericolosità non dipende dalla lunghezza, ma dalla pendenza e dalla natura del terreno, spesso composto da sfasciumi e ghiaia mobile che possono cedere sotto i piedi.
Quali sono le cause principali degli interventi di soccorso in montagna?
Gran parte degli interventi è riconducibile a cadute o scivolate, spesso causate da una valutazione ottimistica del percorso, calzature inadatte e preparazione insufficiente.
Come bisogna muoversi su un sentiero ripido con ghiaia mobile?
È necessario mantenere il baricentro sopra i piedi, tenere le ginocchia leggermente flesse e procedere con passi brevi e controllati, evitando di caricare bruscamente una sola gamba.
Le scarpe da ginnastica sono adatte per le escursioni in Liguria?
No, le scarpe da ginnastica con suola liscia non sono progettate per il terreno instabile dei sentieri liguri e non offrono la presa e il sostegno necessari per evitare scivolamenti.
Cosa fare se il sentiero diventa troppo difficile durante l'escursione?
È fondamentale avere la lucidità di tornare indietro, poiché la sicurezza nell'escursionismo passa anche dalla capacità di riconoscere i propri limiti e le condizioni del terreno.